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La Giornata Perfetta
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Testo di  Domenico Demuru
Fotografie di  Domenico Demuru
Data Pubblicazione  01/06/2008

La senti nell'aria. La giornata perfetta. E' un po' come il film del regista Wolfgang Petersen (la tempesta …), tutti gli elementi giusti al momento giusto. Tutto si fonde per scaturire nella perfezione, ogni fattore raggiunge l'apice per regalarci ciò che il pescatore riesce a cogliere una volta, se ha molta fortuna, durante l'anno.

Questa è la storia di un giorno memorabile, uno di quelli che raramente si dimenticano, anzi uno di quelli che incornici nei meandri della memoria.
E' un pomeriggio di metà Marzo; caldo afoso per l'assenza quasi completa di vento. Io e il mio compagno inseparabile di mille ed una avventura di pesca alla trota, Antonio Laddomata, decidiamo di scarpinare lungo un tratto di torrente sui monti del centro Sardegna. Molti di voi si stupiranno del fatto che nella mia isola ci sia una ricchezza di salmonidi da far invidia al più fiorente paese scandinavo.

Ebbene sì! Le trote abbondano, e soprattutto sono tutte autoctone. Macrostigmate e fario selvatiche a go go …

I numerosi anni trascorsi lungo i torrenti di montagna, fossero essi sardi o continentali, mi hanno portato a discernere quali fossero gli spot migliori durante una determinata stagione. Questi lassi di tempo non sono purtroppo di lungo spessore e possono durare poche settimane.

Mentre nel nord Italia la pesca alla trota entra nel vivo dal mese di maggio per terminare con le prime piogge autunnali, in Sardegna l'apice si raggiunge proprio nelle due, massimo tre, settimane a ridosso dei mesi di Aprile – Maggio.

Gli spot durante questo periodo sono ideali; acque della giusta portata, piante acquatiche presenti ma non in quantità eccessive e soprattutto predatori in forte attività.

L'abilità del pescatore sardo deve essere la flessibilità mentale sulla localizzazione dei pesci. Nel giro di pochi giorni infatti possiamo trovare tutte le trote riunite all'interno di profonde buche, mentre solo poche settimane prima scorazzavano, in caccia, nelle acque più turbolente del torrente.

Sappiamo tutti che questo comportamento è fisiologico nei torrenti sardi; nel breve lasso di tempo di un mese le acque di alcuni torrenti possono letteralmente prosciugarsi e l'unica via di salvezza per i salmonidi nostrani sono appunto le profonde cave scavate dal turbinio dell'acqua durante i millenni.

Anche a questo punto però dovremo essere bravi ad individuare la posizione del pesce. E' di fondamentale importanza infatti riuscire ad effettuare, nella medesima buca, il minor numero di lanci possibili con le maggiori catture portate a termine.

Sbagliando l'hot spot mettiamo a rischio la possibilità di attacco sulla nostra esca artificiale; gli inevitabili rumori dovuti all'impatto dell'artificiale sull'acqua, dapprima incuriosiscono il predatore ma in brevissimo tempo iniziano ad insospettirlo fino a spaventarlo del tutto. Perciò è importantissimo valutare con un attento studio del "campo" l'esecuzione del lancio. Anche qui l'esperienza è l'elemento preponderante che può trasformare una battuta di pesca da un successo clamoroso ad un cappotto ancor più fragoroso.

Se i flussi sono ancora sufficientemente vigorosi io preferisco iniziare appena sotto le immissioni d'acqua, dove i predatori ancora risiedono in attesa di prede in balia dalla corrente. Quando invece le acque iniziano ad essere più lente, allora tendo a preferire le parti centrali od addirittura finali di una cava, dove con maggiore probabilità si concentreranno le schiuse di insetti o saranno presenti animali acquatici come scarafaggi o girini.

Vista la presenza di un sole accecante preferiamo montare un rotante Aglia Long n. 2 di colorazione oro a pallini neri ed un Black Fury della Meps, sempre del n. 2, dalla paletta nera ed i pallini arancione.

Mai scelta fu più azzeccata; il primo lancio, quello che ogni pescatore effettua per verificare il buon funzionamento dell'artificiale, senza alcuna pretesa di cattura o quasi, regala la prima preda. Una bella fario da circa trenta centimetri si nascondeva sotto un masso in attesa della primo boccone su cui scagliarsi.

La cosa sbalorditiva non è stato l'attacco fulmineo e deciso sul rotante, quanto l'aggressività dimostrata dal pesce appena sentito il rumore di una possibile preda cascata in acqua.

Quasi contemporaneamente Antonio ferra un'altra trota delle stesse dimensioni; neanche due giri di manovella e l'artificiale è attaccato dal pesce con cieca cattiveria.

Dopo circa mezz'ora di pesca contiamo già undici catture su appena una ventina di lanci effettuati, praticamente un pesce ogni due lanci. Il sole finalmente inizia a calare sull'orizzonte e la morsa della calura si attenua ogni minuto che passa.

Purtroppo ci accorgiamo che i nostri viveri scarseggiano e di conseguenza la sofferenza per il razionamento dell'acqua ci fa patire oltre ogni misura. Ma non ci scoraggiamo. Sappiamo che le ore prossime al tramonto sono le migliori e possono regalarci catture di esemplari apatici durante le ore più calde della giornata.

Le ombre iniziano ad allungarsi, la luce diviene più tenue. La scelta del rotante deve essere di conseguenza; un artificiale dal colore leggermente più acceso può trasformarsi nell'arma vincente. Antonio lega al terminale un Aglia Long n. 1 con pallini blu, mentre io decido sempre per un Black Fury n.o 2 dalla paletta argento ed i pallini "chartreuse".

Le fasi di avvicinamento al torrente devono effettuarsi, ancor di più in queste situazioni, con estrema cautela cercando di non proiettare alcuna ombra in acqua ed evitando assolutamente rumori bruschi che spaventino irreparabilmente il pesce. L'accostamento agli spot migliori deve essere fatto in maniera quasi militaresca, "a modo di passo del leopardo", giungendo in prossimità dell'acqua quasi strisciando:

Gli sforzi per fortuna non sono vani e le catture si susseguono in un alternarsi di fario e macrostigma tutte di ottime dimensioni, tra i 25 ed i 30 centimetri.

L'ultima emozione però devo ancora viverla sotto gli occhi del mio amico Antonio; accostatici ad una buca profonda inizio una serie di lanci, precisi al millimetro, sotto i rami sporgenti di un fico selvatico. Due, tre volte. Quasi demordo, fin quando capisco che il possibile predatore deve avere la testa rivolta verso monte appena sotto un rivolo d'acqua che si immette lateralmente al corso principale. Strike.

Sono bastati appena una trentina di centimetri perché l'artificiale entrasse nel cono visivo di uno stupendo esemplare di macrostigma. Mi accorgo da subito, dalla potenza del pesce e dalla sua caparbietà, che si tratta di una cattura speciale. Non bastava il caldo asfissiante, ci si è voluta mettere anche una trota di 44 centimetri e del peso di quasi un chilogrammo, a farmi sudare le cosiddette sette camice.

Foto di rito ed il pesce viene liberato:

L'ora è ormai tarda e l'arsura quasi insopportabile; la strada da percorrere ancora lunga. Zaino in spalla, cestini vuoti, ("We support catch and release"), ci dirigiamo su per il crinale in direzione della sospirata auto.

E' quasi impossibile descrivervi, per mancanza di spazio e di parole, tutte le trentadue catture effettuate. Con questo articolo ho voluto solo accennarvi e farvi rivivere parte dell'emozione provata in una delle poche "giornate perfette" che un pescatore, fortunato, si trova di fronte lungo la sua vita.

Una di quelle che si raccontano ai nipoti.

Domenico Demuru
 



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